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LA MEDITAZIONE NELLA STORIA - meditazione cap 5

 LA MEDITAZIONE capitolo 5 ( parte 1)

Essendo la storia delle meditazione, millenaria esige almeno più di una parte nel raccontare.

Perciò il racconto della storia della meditazione, avrà più parti, e parlerò partendo dalle varie discipline orientali e dei maestri che hanno portato a noi questo insegnamento. Ma Innanzi tutto da queste e nei prossimi giorni parlerò del buddismo tibetano e buddismo Zen e la differenza tra i due.

LA MEDITAZIONE NELLA STORIA 

Siddharta Gautama e il buddismo/ I veda e le UPANISHAD 

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Il termine Buddha in lingua pali significa "il risvegliato, colui che raggiunge l'illuminazione".

La sua missione si compie negli stessi anni in cui in Cina due giganti del pensiero e della coscienza, Lao-Tze e Confucio, pongono le basi di altri due grandi sistemi filosofico-religiosi: taoismo e confucianesimo.

Il fondatore del buddismo si chiamava in realtà Siddharta e aveva come patronimico quello di Gautama o Gotama: egli nacque in una famiglia nobile indiana, del clan dei Sakya, che risiedeva a Kapilavastu (oggi in Nepal). Nacque verso la metà del VI secolo a.C., probabilmente nel 563

a.C. Suo padre si chiamava Suddhodana e la madre Mahamaya. A 19 anni sposò la bella Yasodhara.


Gautama ottiene l'illuminazione a Bodh Gaya, sotto l'albero della saggezza, fra la venerazione degli animali e degli uccelli.

Per un certo periodo condusse una tranquilla, agiata e felice vita domestica al riparo dalle brutture della vita, finché un giorno convinse il suo cocchiere ad accompagnarlo fuori dalle mura del palazzo. In quell'occasione si imbatté prima in un malato, poi in una vecchia e in un cadavere. Questi incontri furono per lui una specie di rivelazione: era questa la vera condizione umana al di là delle frivole apparenze della sua vita principesca. Il quarto incontro, quello cruciale, fu con un bhikkhu (monaco che aspira all'illuminazione) immerso in meditazione. L'immagine di quell'uomo restò impressa nella memoria del principe Siddhartha e fu come un presagio del cammino che lui stesso avrebbe più tardi intrapreso. Aveva 29 anni quando decise di lasciare tutto e di ritirarsi in eremitaggio. Si addentrò nella foresta, si rase il capo, indossò l'abito giallo e per sei lunghi anni andò in cerca di una risposta ai suoi interrogativi circa la natura dell'uomo. Interrogò famosi sapienti, si diede all'ascetismo più estremo: malgrado tutti i suoi sforzi però la strada della liberazione restava sbarrata. Una notte, infine, si sedette sotto un albero e promise che non si sarebbe mosso da lì finché non avesse trovato la risposta ai suoi quesiti. Sotto quell'albero combatté l'ultima battaglia, quella contro le inclinazioni e i desideri del cuore umano, la battaglia contro l'amore per il mondo, contro il desiderio dell'onore, della soddisfazione dei sensi, delle gioie famigliari, del benessere e del potere. Poi, stanco e sfinito dalla sua lunga battaglia si abbandonò semplicemente al puro "esserci". Smise di cercare, di sperare e di desiderare e, semplicemente, restò seduto ai piedi dell'albero: una pace sconosciuta all'improvviso lo avvolse, la sua coscienza divenne come un lago limpido, trasparente e immobile. Fu così che dopo quarantanove giorni di meditazione, in una notte di luna piena del mese di maggio, in un luogo noto come Buddhagaya, egli raggiunse l'illuminazione. Da allora fu noto come "il Buddha", e cioè "l'Illuminato". Aveva circa trentacinque anni. Da quel giorno percorse per altri quaranta cinque anni il nord dell'India insegnando e predicando il suo messaggio di speranza e di felicità. Buddha mori all'età di 80 anni a Kusinagara.

II Kanjur, la raccolta delle parole del Buddha, è composta da 108 volumi contenenti ben 84.000 insegnamenti; il Tenjur, i commentari stilati in epoche successive, constano di altri 254 libri, altrettanto densi di dottrina. Il Buddha prima di morire disse: "Ora posso morire felice; non c'è un solo insegnamento che io abbia tenuto per me. Tutto ciò che può esservi di beneficio ve l'ho già dato". Inoltre volle sottolineare il carattere universale del suo insegnamento, e la sua natura diversa da qualsiasi altra religione: "Non credete alle mie parole solo perché ve le ha dette un Buddha, ma esaminatele con cura. Siate luce e guida a voi stessi". Durante i 1500 anni in cui gli insegnamenti restarono vivi in India essi furono chiamati Dharma, nei successivi 1000 anni di fioritura nel Tibet furono chiamati Cho. Entrambe le parole significano "le cose così come sono". Comprendere e accettare le cose così come sono è la vera chiave della felicità.

LA MENTE


Come il fabbro raddrizza una freccia, cosi il saggio governa i suoi pensieri, per loro natura instabili irrequieti e difficili da controllare. I pensieri fremono e si dibattono per sfuggire alla morte come pesci tolti alla loro dimora liquida e gettati sulla terraferma. La padronanza della propria mente, ribelle, capricciosa e vagabonda, è la via verso la felicità. Il saggio osserva continuamente i propri pensieri, che sono sottili, elisivi ed erranti. Questa è la via verso la felicità. I pensieri, incorporei ed erranti, vagano lontano. Raccoglili nella caverna del cuore e liberati dalla schiavitù del desiderio e della morte. Come può una mente agitata comprendere la legge eterna? Se la serenità della mente è turbata, la saggezza non può manifestarsi. Il risvegliato, colui la cui mente è serena e ha trasceso il dilemma del bene e del male, è libero da ogni timore. Questo tuo corpo è fragile come un vaso di coccio. Fai della tua mente una fortezza e combatti le tentazioni con l'arma della saggezza. Ben presto questo corpo giacerà sulla terra, privo di coscienza, inutile come un ceppo bruciato. Nessuno, neppure il tuo peggior nemico può nuocerti quanto una mente indisciplinata.

Ma una mente disciplinata è un'alleata preziosa.

Nessuno, né tua madre, né tuo padre, né i tuoi amici, può esserti di altrettanto aiuto.

dal Dhammapada                                    


Il buddismo è la religione principale in molti paesi asiatici. Anche in Occidente, soprattutto dalla metà del XX secolo, un numero sempre maggiore di persone si è accostato a questa disciplina. Buddha dedicò la propria vita all'insegnamento e incoraggiò sempre gli allievi a essere critici, a respingere il dogmatismo e a verificare in prima persona ogni aspetto della sua dottrina fondata sull'ottuplice sentiero: retta opinione, retta risoluzione, retto parlare, retto agire, retto modo di sostentarsi, retto sforzo, retta concentrazione, retta meditazione. Con la meditazione, secondo Buddha, si può produrre una profonda evoluzione interiore e riempire di gioia e significato la propria esistenza terrena.

Buddha e la meditazione



Buddha Esortava i suoi discepoli a prendere come oggetto di meditazione il proprio corpo e la propria mente. Un oggetto frequentemente utilizzato, per esempio, è la sensazione associata all'inspirazione e all'espirazione nel corso del naturale processo respiratorio. Sedersi in silenzio prestando attenzione al respiro porta, col tempo, allo sviluppo di chiarezza e calma. In questo stato mentale è possibile discernere più chiaramente tensioni, aspettative e umori abituali, e scioglierli con l'esercizio di un'investigazione delicata e al tempo stesso penetrante. Il Buddha ha insegnato che è possibile sostenere la meditazione nel corso dell'attività quotidiana, e non solo quando si siede immobili in un certo luogo. Si può portare l'attenzione sul movimento del corpo, sulle sensazioni fisiche o sul flusso di pensieri e sentimenti che si avvicendano nella mente. Questa attenzione dinamica si definisce "presenza mentale", o consapevolezza. II Buddha spiegò che la presenza mentale si esprime in un'attenzione serena ed equanime. Benché centrata sul corpo e sulla mente, è un'attenzione spassionata, non vincolata ad alcuna specifica esperienza fisica o mentale. Questo distacco è un precursore di ciò che il Buddha chiamò nibbana (o nirvana) - una condizione di pace e felicità indipendente dalle circostanze.                                       

Nell'illuminazione la mente esprime le proprie qualità innate: libertà dalla paura, gioia e compassione: qualunque cosa accada, permane nel proprio stato naturale di serenità senza sforzo né tensione. Diverse sono le scuole di pensiero buddiste: il buddismo delle origini noto come hinayana (del "piccolo veicolo") o theravada (degli "anziani") mirava essenzialmente alla salvezza del singolo e all'eliminazione della sofferenza conseguente al karma. Nei primi secoli dell'era cristiana si diffuse il buddismo mahayana (del "grande veicolo"), comprendente molti insegnamenti sulla compassione e la saggezza: l'adepto rinuncia alla propria salvezza individuale per diventare bodhisattva, e cioè un asceta che rinuncia al nirvana per aiutare gli altri a raggiungere la salvezza. A metà del 1 millennio d.C., infine, si è diffuso il vajrayana o ("veicolo del diamante") aperta a contributi provenienti da devozioni popolari non buddhiste.

NIRVANA 

Un concetto molto, molto confuso e spesso trattato in errore, che nel buddismo indica la condizione trascendente caratterizzata dalla completa assenza di sofferenza, pensiero o emozione e priva cioè dei tratti tipici dell'esistenza fenomenica individuale. La parola deriva da un verbo sanscrito che significa "raffreddarsi", "spegnersi, smorzarsi dolcemente": il senso recondito del termine è, dunque, che nel nirvana si estingue la fiamma di ogni passione umana. Con il raggiungimento del nirvana si interrompe anche il ciclo della trasmigrazione delle anime (samsara), altrimenti destinato a perpetuarsi senza tregua. Secondo la scuola buddista mahayana il nirvana consiste nel totale annientamento o non essere, raggiungibile anche in vita e dunque definibile in senso positivo, come stato perfetto di pace, beatitudine e verità, che però solo gli illuminati sperimentano. Al contrario, secondo la scuola buddista hinayana, il nirvana sfugge a ogni definizione, non si può descrivere a parole poiché coincide con la cessazione della vita individuale e con il passaggio a una dimensione "altra".     



I Veda e le Upanishad

I discepoli buddisti prendono come oggetto di meditazione il proprio corpo e la propria mente.

Veda significa "scienza, sapienza sacra”. È il più antico testo redatto in sanscrito tra il 1500 e il 800 a.C. e rappresenta l'insieme delle sacre scritture indù. I Veda comprendono quattro raccolte (Samhita) di testi poetici. Ad esse sono collegati anche testi di carattere liturgico (Brahmana), libri di meditazione (Aranyaka) e di speculazione filosofico-religiosa (Upanishad). La sezione principale comprende: Rigve- da, Atharvaveda, Samaveda e Yajurveda. Il Rigveda ("il Veda degli inni") è la parte più antica. È costituito da 1028 inni, suddivisi in dieci libri, dedicati a varie divinità induiste, che si concludono con una preghiera atta a ottenere benessere per l'intera comunità. Veniva utilizzato dai sacerdoti (hotar) che invocavano gli dei leggendo gli inni ad alta voce. I libri compresi tra il II e il VII si rifanno alla tradizione delle antichissime famiglie sacerdotali, i brahmani; I'VIII libro raccoglie inni attribuiti a cantori della famiglia Kanva; il IX è dedicato al dio Soma, che personifica la bevanda sacra usata nei sacrifici. Il I e il x libro sono più recenti. L'Atharvaveda ("il Veda delle formule magiche") contiene formule, suppliche, sortilegi, incantesimi amorosi ed è molto più vicino alla sensibilità e alle problematiche della vita quotidiana. Comprende in totale 731 inni e viene fatto risalire a un asceta di nome Atharvan. Il Samaveda ("il Veda dei canti, delle melodie") raccoglie 1810 strofe, che costituiscono i canti liturgici per la celebrazione dei sacrifici. Era utilizzato da cantori detti udgatar. Lo Yajurveda ("il Veda delle preghiere"), organizzato in 40 sezioni, è una raccolta di preghiere pronunciate dai sacerdoti adhvaryu responsabili delle varie operazioni manuali durante i sacrifici.

Infine fa parte dei Veda anche il Vedanga, un insieme di testi che trattano di astronomia (jyotisa), fonetica (siksa), grammatica (vyakarana), prosodia (chandas) ed etimologia (nirukta).


Le Upanishad (IX-VI secolo a.C.) costituiscono la parte finale dei Veda: per molti studiosi il loro significato è quello di "dot- trina segreta", in quanto Upanishad deriva dal termine sanscrito che indica l'atto di sedersi ai piedi del maestro (guru) per apprendere la sua dottrina.


Perlo più si tratta di scritti in prosa con qualche brano di poesia, mentre alcuni sono interamente composti in versi.


Le Upanishad hanno costituito il fondamento di uno dei sei sistemi ortodossi della filosofia indù, il Vedanta. L'argomento fondamenta- le delle Upanishad è la natura di brahma, l'Anima universale, e la sua identità con l'atman, il sé individuale. Il primo (dalla radice an, respirare) è inteso come anima individuale che determina la personalità dell'uomo, il secondo (dalla radice brh, effondersi), come forza primaria e assoluta. Tra gli altri argomenti vi sono poi la natura e lo scopo dell'esistenza, i diversi meto- di meditazione e adorazione, l'escatologia, la salvezza e la teoria della trasmigrazione delle anime.

La formula sanscrita tat tvam asi: "tu sei quello", ovvero "il cosmo sei tu, anima individuale" ben sintetizza la concezione che nell'individuo sia presente l'essenza del divino. Interpretazioni differenti del Vedanta hanno dato origine a numerose scuole filosofiche indiane: la più importante è Advaita ("non-dualità") elaborata dal filosofo indu Shankara che identificava il brahman e l'atman. L'ignoranza offusca l'anima (atman) dell'uomo rendendola poi incapace di cogliere la natura universale dell'Essere (brahman); essa percepisce quindi le cose e gli esseri viventi come entità separate e ben distinte, non comprendendo che le varie esistenze separate sono irreali: il brahman è nascosto dal velo di maya.


Il dio Shiva che danza. Rappresenta lo scorrere del tempo e della vita.



Finché il sé individuale continuerà a cercare ostinatamente il vero Sé nel mondo fenomenico, allora rimarrà prigioniero del samsara, la catena ininterrotta di esistenze, morti e rinascite che ogni anima non illuminata subisce come conseguenza del proprio karma. È solo grazie alla conoscenza del Vedanta che l'anima indivi- duale distingue la realtà illimitata dietro al velo di maya, comprende finalmente che la propria natura è identica al brahman e raggiunge il moksha, la liberazione da samsara e karma, e infine il nirvana. Questa dottrina si è affermata rapidamente in India, favorita dalle classi dominanti, poiché attribuiva all'azione compiuta in un altra vita la causa di situazioni ingiuste, ma anche perché offriva la possibilità di migliorare la propria condizione nella vita successiva. Sul piano etico questa dottrina insegna, da un lato, la rinuncia al mondo in vista dei beni superiori della contemplazione, ma, dall'altro l'adempimento dei doveri quotidiani e degli obblighi cultuali. Grande importanza è data alla contemplazione e alla meditazione, considerata determinante ai fini dell'illuminazione.

La mente secondo il Dhammapada

Il Dhammapada è una raccolta compilata parecchi anni dopo la morte di Buddha, di aforismi tramandati come parole del maestro. Non contiene discussioni complesse e dense di dottrina dei testi più estesi ma solo lapidarie e poetiche sentenze o esortazioni, raccolte per temi ( la consapevolezza , la mente, la gioia, il piacere, l'ira ecc.) In questa raccolta più che altri testi della tradizione buddista si ha la sensazione di udire la parola viva del Buddha.


Meditazione cap 4 -Tecniche di rilassamento lo Yoga e finalità della pratica meditativa

Continuiamo con la 4 parte dell'argomento Meditazione questa volta parlerò delle tecniche di rilassamento dello Yoga e quali sono le finalità delle pratiche meditative.

Così come la concentrazione non coincide con la meditazione, il rilassamento non corrisponde alla meditazione ma ne costituisce il presupposto indispensabile.


YOGA


La pratica delle asana sviluppa armonia interiore, salute e longevità





Tra le tecniche di rilassamento, un ruolo importante viene svolto dallo yoga.

Lo yoga, ritenuto dalla tradizione uno dei sistemi filosofici ortodossi dell'India antica, pone a proprio fondamento la concezione dualistica dell'anima e della materia.


La prima esposizione sistematica dello yoga è costituita dallo Yoga Sutra (regole dello yoga di Patanjali), che risale a un'epoca imprecisata antecedente al v secolo d.C.


Le pratiche dello yoga si dividono in 5 gruppi:


asana, esercizi di specifiche posizioni per migliorare la salute fisica;


- pranayama, respirazione per migliorare l'ossigenazione generale e, in particolare, del tessuto cerebrale, insieme a una regolazione del sistema nervoso autonomo;


bandha, serie di contrazioni eseguite nei punti vitali dell'organismo, per fissarvi l'energia del prana, mudra, movimenti o posizioni ginnico/mimiche, mediante le quali si vuol rappresentare una condizione spirituale;





- kriya, pratiche di purificazione.Tutto deve essere svolto in un particolare atteggiamento mentale, lo yama. Negli anni sono derivate dallo yoga il Training Autogeno di Schultz e le cosiddette ginnastiche dolci, liberate completamente dell'elemento spirituale. Elementi che caratterizzano la pratica dello yoga sono l'immobilità, le posizioni del corpo, la regolazione del respiro, il ritiro dei sensi, la fissazione del pensiero, la meditazione e la concentrazione.


L'hatha yoga è lo yoga dell'armonia psicofisica, della salute e della longevità. Inventato e praticato da asceti che vivono nelle foreste o sulle alte montagne, si propone di sbloccare alcuni centri energetici nella colonna vertebrale per provocare una sorta di estasi mistica.


La pratica dello hatha yoga tende al raggiungimento dell'equilibrio psicofisico, di una maggiore consapevolezza dei nostri processi vitali, fisiologici e, più in generale, del nostro corpo in ogni sua parte. La principale tecnica usata dall'hatha yoga è quella delle asana, ovvero l'assunzione di posizioni particolari per stirare il corpo nella direzione dei meridiani o l'azione sugli organi interni per compressione o stiramento.


Mantenuta a lungo e in immobilità, concentrandosi sulla respirazione, l'asana permette di ricollocare il corpo nella posizione statica ideale per ottimizzare il rendimento dello sforzo.


Le asana sono fatte per disintossicare, rafforzare e rendere più flessibile il corpo; inoltre, alimentano il fuoco del prana, l'energia vitale, e la convogliano per raggiungere uno stato di stabilità mentale e tranquillità meditativa. Perfezionati nei secoli da innumerevoli generazioni di yogi, i pranayama sono invece esercizi di controllo della respirazione. Questa disciplina spirituale deve essere appresa con l'aiuto di un insegnante, e successivamente può essere praticata anche autonomamente.


Training Autogeno




Il Training Autogeno (che significa "allenamento che si genera da sé", "rilassamento autoindotto") è un'ottima tecnica di rilassamento e anche una forma di psicoterapia breve, che dà ottimi risultati nel trattamento di sintomi nevrotici e soprattutto psicosomatici. Inoltre ha il grande vantaggio, una volta appreso correttamente sotto la guida di un insegnante, di essere uno strumento cui fare ricorso, in modo del tutto autonomo, per affrontare nuove problematiche che possono insorgere nel corso degli anni.

J.H. Schultz (1884-1970), l'ideatore del metodo, aveva vivamente raccomandato di non iniziare la pratica del Tranning Autogeno da autodidatti, perché ciò può pregiudicare l'apprendimento successivo; inoltre, per alcune categorie di soggetti (per esempio pazienti psichiatrici o psicolabili) devono essere adottate precauzioni particolari. Il Training Autogeno richiede di essere praticato quotidianamente (almeno due volte al giorno) con un impegno di circa venti minuti a sessione. Dal momento che nessuno di noi è na- to teso, ansioso o depresso, ciò che si pro- pone il Training è di "allenarci" a essere normalmente calmi, sereni, rilassati. Si compone di sei esercizi: la pesantezza, il calore, il cuore, il respiro, il plesso solare e la fronte fresca.

Esiste inoltre la "formula della calma" che qualcuno considera un esercizio propriamente a sé stante. Di seguito descrivo, seppur in modo sintetico, ciascuno dei sei esercizi:


Pesantezza: obiettivo di questo primo esercizio è quello di raggiungere, attraverso l'autosuggestione, una sensazione di pesantezza che, localizzata inizialmente nelle braccia, si diffonde poi a tutto il re- sto del corpo. A questa sensazione soggettiva corrisponde sul piano fisiologico un abbassamento del tono muscolare e cioè il completo rilassamento dei muscoli scheletrici.


Calore: al rilassamento muscolare si accompagna una certa vasodilatazione, in particolare a livello periferico: tale fenomeno prende il nome di iperemia e produce una sensazione di tepore dapprima localizzata (mani, braccia...) e poi diffusa a tutte le membra. L'aspetto più rilevante di questo secondo esercizio consiste proprio nel riuscire, mediante la concentrazione, a ridistribuire il sangue uniforme- mente in tutto il corpo, in contrapposizione a quanto accade in situazioni di stress.


Cuore: quando siamo emotivamente alterati, uno dei sintomi principali è il cuore che batte più velocemente (tachicardia). Questo esercizio serve a regolarizzare il battito cardiaco e si rivela un ottimo ausilio nel trattamento delle somatizzazioni ansiose che concernono il cuore (tachicardie, bradicardie...). Una corretta respirazione, la ripetizione o la visualizzazione di formule come, per esempio, "Il mio cuore pulsa calmo e leggero" possono agevolare la riuscita dell'esercizio.


Respiro: durante il Training Autogeno la respirazione assume un ritmo simile a quello che caratterizza il sonno: lento, pacato, profondo. Ricordiamo che durante il Training l'obiettivo non è quello di modificare volontariamente o in modo forzato il ritmo respiratorio: attraverso gli opportuni esercizi di rilassamento e ripetizione di formule appropriate, il respiro si normalizzerà spontaneamente senza alcun intervento della volontà!

Plesso solare (o ganglio celiaco): questo esercizio regola la funzionalità di tutti gli organi a livello addominale (stomaco, intestino, pancreas...); è quindi di estrema rilevanza per l'equilibrio neuro-vegetativo e per la prevenzione e la cura sui disturbi psicosomatici inerenti l'apparato digerente. Capita spesso che uno stato ansioso, una forte preoccupazione, un disagio si ripercuotano pesantemente su questa delicata zona dell'organismo: molto spesso la gastrite e l'ulcera non sono altro che i sintomi fisici di un malessere o di un conflitto psichico in atto! L'esercizio consiste nel provocare, tramite autosuggestione, una sensazione di calore irradiante a partire dal plesso solare e diretta ai vari organi interni.

Fronte fresca: l'ultimo esercizio del Training prevede l'autoinduzione di una sensazione di freschezza alla fronte e quindi, indirettamente e metaforicamente, alla mente. L'esercizio si rivela un valido strumento di prevenzione e terapia delle cefalee muscolo-tensive e vasomotorie di origine psicologica.


Come già accennato in precedenza, il Training Autogeno è una delle migliori tecniche "alternative" di intervento sui disturbi psicosomatici (per es, emicrania, tachicardia, gastrite...) e un ottimo metodo per curare efficacemente i disturbi del sonno. Inoltre, una sessione di Training (della durata media di circa 20 minuti) aiuta a superare facilmente i momenti di stanchezza e i cali di rendimento che si verificano nell'arco della giornata e migliora le prestazioni agonistiche degli atleti.


Finalità della pratica meditativa


I chackra del corpo vengono stimolati uno ad uno o in alcuni casi tutti insieme, nel culto yogico.



La meditazione di per sé è un percorso di autoconoscenza e crescita psichica e spirituale. Ha la funzione di stabilire un contatto consapevole con altre dimensioni attraverso un dialogo costantemente rinnovato nella pratica giornaliera.

La meditazione, già dai primi esercizi, produce evidenti effetti positivi: sono nate così alcune correnti moderne che focalizzano la loro attenzione esclusivamente su quelle tecniche che consentono di raggiungere risultati pratici, veloci e concreti, perdendo di vista il vero scopo della meditazione classica.


Tra gli effetti immediati della pratica meditativa, come già detto, si riscontrano la diminuzione di tensioni, ansie, angosce e la regressione della paura, maggior equilibrio e stabilità emotiva. La meditazione poi, riducendo la tensione psico emotiva, influisce positivamente sulle dipendenze (alcol, fumo, droghe...), sul miglioramento del rendimento, sul potenziamento delle abilità di problem solving, la memoria, l'apprendimento...


La meditazione, in molti casi, si è dimostrata valida anche come terapia o supporto alle terapie tradizionali di sofferenza fisico-psichica: l'Istituto Nazionale della Salute Statunitense raccomandava la meditazione, al posto della somministrazione di farmaci, come trattamento iniziale dell'ipertensione lieve. Altre ricerche scientifiche hanno indagato il campo delle possibilità applicative della meditazione e del ruolo giocato da essa sulla componente psichica della malattia, ormai riconosciuta anche dalla medicina tradizionale.


Alcune definizioni...


Dharana, o concentrazione, è il fissarsi della mente sull'oggetto su cui si medita.


Dhyana è l'ininterrotta fissità della mente sull'oggetto.


Samadhi si ha allorché la mente si unisce all'oggetto.


Nirodh parinam è la trasformazione della mente allorché essa viene permeata dallo stato di nirodh (o attimo di non mentel, stato che interviene per un attimo tra la scomparsa di un'impressione e l'avvento di un'impressione successiva


Samadhi parinam, o trasformazione interiore, è l'assestamento graduale delle distrazioni e il graduale e simultaneo sorgere della concentrazione in un punto.


Ekagrata parinam, o concentrazione in un punto, è la condizione della mente in cui l'oggetto mentale quiescente è rimpiazzato nell'istante successivo con un oggetto del tutto simile.


suono, lo scopo e l'idea che vi stanno alle spalle sussistono insieme nella mente, in uno stato confuso. Praticando samyama sul suono, avviene una separazione e sorge comprensione dei significati dei suoni prodotti da qualsiasi essere vivente


La percezione che si ottiene tramite samyama non porta a conoscere i fattori mentali che sostengono l'immagine nella mente altrui, in quanto quello non è l'oggetto del samyama.


Praticando samyama sul sole si consegue la conoscenza del sistema solare.


Praticando samyama sulla luna, si conosce la posizione delle stelle.


Praticando samyama sulla stella polare, si consegue la conoscenza del movimento delle stelle.


Praticando samyama sull'ombelico, si consegue la conoscenza sulla costituzione del corpo. Praticando samyama sulla gola, si ottiene l'arresto delle sensazioni di fame e di sete.


Praticando samyama sul nervo chiamato kurma-nadhi, lo yogi realizza l'assoluta immobilità.


Praticando samyama sulla luce sotto la corona del capo, si acquista la capacità di entrare in contatto con tutti gli esseri perfetti


Praticando samyama sul cuore, si ha la consapevolezza della natura della mente.


Praticando samyama sulla relazione che esiste tra l'organo dell'udito e l'etere, diviene possibile un udito soprannaturale


Praticando samyama sulla relazione che esiste tra il corpo e l'etere, e al tempo stesso identificandosi con oggetti


leggen, come boccoli di cotone, lo yogi è in grado di attraversare lo spazio.


potere di entrare in contatto con lo stato di consapevolezza esistente all'esterno del corpo mentale, e che pertanto & inconcepibile, e chiamato mahavideha. Tramite questo potere si distrugge il velo che copre la luce.


Praticando samyama sul loro potere di percezione, sulla vera natura, sull'egoismo, sull'immanenza e sulle funzioni


si ottiene la padronanza sui serisi. La conoscenza superiore nata dalla consapevolezza della realtà è trascendente, e include la cognizione di tutti gli oggetti, simultaneamente, comprende tutti gli oggetti e opera in qualsiasi direzione, nel passato, nel presente e nel futuro, e trascende il modo di essere del mondo.


Dai Sutra di Patanjali


le finalità della Meditazione si possono riassumere in tre punti:


Una corretta postura del corpo aiuta l'esecuzione del pranayama: non necessariamente una posizione Yoga. 


Le finalità della meditazione si possono riassumere in tre punti ;

  • - Allineamento tra corpo fisico, eterico, astrale, mentale.

  • - Entrare in contatto con il Sé Superiore.

  • - Esprimere nel vissuto quotidiano le ispirazioni del mondo spirituale.


Tratto da Meditazione per tutti, di Franca Silvani, ed. Gruppo Editoriale Futura, 1998.


Nelle scuole orientali la meditazione è una tradizione che viene insegnata

 


Cap 2 La meditazione

 La meditazione


La meditazione si avvale della concentrazione per superare quel muro di confusione e superficialità che ci impedisce il contatto con la chiara e lucida comprensione della realtà. Lo scopo del meditante è quello di purificare la propria mente: la pratica meditativa, infatti, depura il pensiero da quei sentimenti negativi (gelosia, avidità, invidia...) che avviliscono il nostro essere e lo riducono in uno stato di schiavitù emotiva.


“Allorché l'attività della mente viene posta sotto controllo, la mente diviene pura come un cristallo, e riflette con precisione, senza distorsione alcuna, colui che percepisce, ciò che viene percepito, e lo stesso ente che percepisce.”


Dai Sutra a Patanjali.




La meditazione guida la mente verso una condizione di naturale tranquillità e consapevolezza, profondendo uno stato di concentrazione e di penetrazione totale degli eventi e delle loro vere cause. Per meditare, non occorre avere un determinato credo religioso, non bisogna per forza "avere fede": lo stesso concetto di fede, così come viene intesa per esempio nella dottrina cattolica, non collima con

il concetto di fede elaborato dal buddismo. La filosofia buddista, che si caratterizza per la sua infinita apertura e democraticità, attribuisce all'espressione "avere fede" un significato piuttosto simile a quello di "avere fiducia": significa cioè esser certi della verità di una cosa perché la si è potuta personalmente constatare. Il buddismo non impone ai propri seguaci un credo dogmatico, ma li conduce gradualmente a un'autentica e radicale trasformazione personale.


"Dubita e dubita radicalmente, perché il dubbio è un processo di purificazione, sottrae alla mente tutto il pattume che la ottunde. Ti rende di nuovo innocente, torni a essere quel bambino che genitori, preti, politici ed educatori hanno distrutto".


Osho

 


Il meditante cambia progressivamente il proprio modo di relazionarsi con gli altri, migliorando il proprio carattere e la propria personalità attraverso un profondo processo di sensibilizzazione. La meditazione rende intimamente coscienti dei propri pensieri, delle parole e delle azioni, affina la concentrazione e le capacità logiche. Poco per volta "illumina" i processi e i meccanismi che governano il subconscio e conduce alla corretta interpretazione dei fatti, rivelandoli proprio per come sono, senza pregiudizi e travisamenti.


Quasi tutti, sin da piccoli, veniamo incitati a mentire sistematicamente a noi stessi e a formulare false convinzioni per convenienza, per risultare graditi agli altri: una volta diventati adulti, poi, l'abitudine al pensiero inautentico ci costringe a osservare la realtà nascosti da una maschera.


Molto spesso, ciò che abbiamo imparato o assorbito in maniera acritica lungo gli anni rappresenta un ostacolo sul cammino della nostra evoluzione spirituale e deve essere disimparato! Siamo chiamati a decostruire la nostra vita e il castello delle certezze acquisite per costruire la nostra autentica Verità personale. È invece incantevole osservare come i processi armonici della pratica meditativa, riescono a profondere in noi quelle particolari intuizioni che frequentemente si dimostrano vere e proprie "rivelazioni". Queste intuizioni, infatti, aprono sovente il passo a quel sentiero che conduce alla chiara comprensione di alcune profonde e importanti verità legate alla nostra misteriosa presenza nel mondo e alla nostra "missione individuale".


Voglio ancora sottolineare che una buona pratica meditativa induce al cambiamento radicale del meccanismo di percezione e porta con sé quella gioia che deriva dall'essersi liberati dal pensiero illusorio e ossessivo. La meditazione può "aprire la strada" e guidare chiunque lo desideri intensamente verso atteggiamenti più costruttivi e funzionali all'autorealizzazione.





“Forme più semplici di meditazione, come, per esempio, la concentrazione sul ritmo della respirazione o su un mantra, producono risultati più immediati rispetto ad altre più complesse, come la concentrazione con la tecnica della visualizzazione.”


Per raggiungere la verità personale occorre liberarsi di ogni pregiudizio, limiti mentali quindi l'apertura della mente, o schema illusorio e aprire il cuore.  

 



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